Mykor

La start up di una giovane imprenditrice ispicese

Lo startupper è una moderna figura professionale che aspira a fondare una società che miri a una crescita rapida, scalabile e replicabile del proprio progetto. È sicuramente un lavoratore dinamico, più propenso rispetto a un classico imprenditore a vendere il proprio prodotto per innovarsi, non votando la propria vita professionale alla stessa attività. Le start-up hanno come obiettivo la crescita mediante il cambiamento. Per questo lo startupper accetta anche il fallimento che è parte della sperimentazione che sta attuando.

La sopracitata definizione, tratta da internet (https://startup. info/it/startupper-chi-e-e-cosa-fa/), ci introduce all’intervista che Valentina Dipietro ha concesso a noi della redazione. Lei vive oramai a Londra da diversi anni ed è fondatrice della società Mykor che realizza un “materiale micelio”.
Valentina Dipietro, 26 anni, è una biodesigner e ricercatrice, laureata alla NABA di Milano in Fashion Design e al royal College of Art di Londra in Textile Design. Adottando un approccio sperimentale, Valentina lavora all’intersezione tra biologia e design per esplorare progetti sostenibili innovativi e dirompenti per prodotti, interni e architettura. Ha lavorato come designer tessile e fashion editor, in seguito è stata una ricercatrice residente al Green Lab a Londra. Oltre ad occuparsi della sua start up, ha avviato una propria attività di progettazione e consulenza, anche come facilitatrice di workshop. è anche docente in visita presso la Glasgow School of Art e altre università.
Le abbiamo rivolto alcune domande circa la sua esperienza di giovane imprenditrice.

Anzitutto, quale è il tuo percorso di studio?
Inizialmente ho vissuto a Milano studiando alla Nuova Accademia di Belle Arti laureandomi in Fashion Design. Durante l’università ho fatto un periodo di 5 mesi di Erasmus alla London College of Fashion di Londra, studiando design del tessuto. Dopo la laurea a Milano, sono rimasta a Londra, dove ho lavorato in varie aziende del settore tessile, con clienti internazionali. Dopo questo periodo lavorativo, sono entrata al royal College of Arts di Londra studiando design del tessuto, ma anche dei materiali. In questo percorso di due anni ho sviluppato un mio materiale innovativo a base di scarti agricoli, micelio (la radice dei funghi) e tinture naturali, che adesso è diventato l’idea di base per la mia azienda.

Cosa ti ha condotto a questo progetto?
Durante il primo anno al royal College of Arts ho partecipato ad un progetto che aveva come scopo quello di immaginare come sarebbero stati i mezzi di trasporto nel 2050. Io ho immaginato dei materiali per gli interni di vari mezzi di trasporto (aerei, treni, ecc.) che fossero non solo sostenibili, ma anche completamente compostabili. Dalla mia ricerca ho compreso che già oggi moltissimi materiali generano scarti durante la filiera produttiva. Il mio obiettivo era dunque quello di produrre materiali rinnovabili e capaci di rientrare nel ciclo produttivo. Ho preso spunto dalla mia Sicilia e dalle tante aziende che producono scarti nel settore agricolo. Scarti che magari vanno a finire in concime o in discarica, ma che non generano valore aggiunto.
Ho analizzato la canapa, gli scarti di legno e gli scarti di una azienda vinicola per creare delle tinture ecosostenibili, combinandoli con uno specifico tipo di fungo.

Di quali aiuti hai beneficiato in questo tuo percorso aziendale?
Dal punto di vista della consulenza, ho ricevuto un aiuto dalla Prince’s Trust che è una organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di dare sostegno alle aziende di imprenditori con meno di 30 anni, attraverso un corso base, il tutoraggio di un business coach con incontri quindicinali di verifica del percorso imprenditoriale e la creazione di un business plan e di una strategia aziendale. Ho ricevuto anche un finanziamento da un Ente Locale, che mi ha sostenuto durante il primo periodo di lockdown da Covid 19. Recentemente sono risultata una dei 64 vincitori del Premio young Innovators 2020/21 UK, che attribuisce un contributo a fondo perduto di 5000 sterline, più un salario mensile per 12 mesi e l’affiancamento di un consulente gratuito per lo sviluppo ulteriore dell’azienda.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Ne ho diversi, anche grazie a questo premio. Ma il primo è capire se c’è abbastanza innovazione nella mia azienda.
Il primo passo sarà la registrazione del brevetto, per questo sto lavorando alla revisione della proprietà intellettuale della mia start up con la consulenza di uno studio legale.
Il brevetto chiaramente mi consentirà di ricevere in futuro altri finanziamenti. Il secondo step sarà quello di ampliare il mio team di base, tra cui un esperto in gestione aziendale.
Un ulteriore step sarà intercettare finanziamenti governativi o di privati per la ricerca e sviluppo del materiale in ambito edile e industriale.

Per concludere, cosa diresti ad un/a giovane ispicese che vuole costruirsi un futuro imprenditoriale?
Anzitutto studiare tanto, senza competenze iniziali non si va da nessuna parte. Perfezionare le proprie competenze ad un livello molto alto. Fare esperienza lavorativa in aziende simili a quella che si vuole realizzare. Non scoraggiarsi, perché il lavoro dell’imprenditore è fatto di tanti fallimenti, di alti e bassi e la tenacia è una delle sue caratteristiche principali. Il fallimento è un’occasione di crescita, perché senza fallimento non c’è innovazione.
Anche nel mio progetto ho cambiato molte volte direzione rispetto alle esigenze di mercato. Inoltre, avere fin dall’inizio un rapporto con i potenziali clienti e comprendere le loro esigenze. Infine, in casi simili al mio, non investire in macchinari, almeno inizialmente, ma nello sviluppo minimo del prodotto, in modo da poterlo testare con i clienti.
Confrontarsi poi con tanti, uscire dal proprio ufficio per chiedere alla gente cosa ne pensa del proprio prodotto.
Questo sicuramente consentirà di ridurre le probabilità di insuccesso.

Grazie Valentina per la tua disponibilità e in bocca al lupo per il tuo futuro.

Per info sul progetto:
www.mykor.co.uk
www.instagram.com/mykor.design
www.facebook.com/mykor.design

Il gioco pericoloso

Narra il mito che una notte Agave, madre di Penteo, invasa dal furore di Dioniso, dio del vino e della sfrenatezza, non riconobbe il figlio, che come re di Tebe non voleva che nella sua città venissero praticati i culti dionisiaci, e lo sbranò come una belva. è una divinità molto pericolosa Dioniso, perché ha il potere di annebbiare la vista e la coscienza. In preda al suo dominio e obnubilato nella consapevolezza di sé, l’uomo rischia di compiere azioni gravissime a danno di se stesso e degli altri, senza quasi rendersene conto. Per questo gli antichi greci opponevano alla sfera dionisiaca quella apollinea, improntata alla luce e alla ragione. Apollo è infatti il dio che illumina il mondo con il sole, con le profezie e con le arti. In ogni essere umano – dirà il filosofo tedesco Friederich Nietzsche – convivono una natura angelica, presieduta da Apollo, e una demoniaca, retta da Dioniso.
Di tanto in tanto la parte irrazionale si impossessa dell’uomo e lo induce a compiere gli abomini di cui è piena la storia.
Come se nell’individuo, per un principio di riequilibrio interiore, ci fosse periodicamente bisogno di distruggere ciò che egli ha costruito fino a quel momento. Immaginiamo una bambina, un fiore appena sbocciato che si affaccia alla vita con energia e curiosità, che entra senza nemmeno accorgersene in una spirale diabolica qual è quella rappresentata dalle challenge sulle piattaforme social. Vere e proprie sfide organizzate da giovani o, talvolta, da adulti (poco cresciuti) in cui i partecipanti sono invitati a superare prove pericolose fino a giungere al limite stesso che separa la vita dalla morte. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i “giochi” cosiddetti “estremi”: ragazzi che si stendono sui binari ferroviari e che si alzano prima del sopraggiungere del treno. Altri invece che sperimentano su di sé o sugli amici il dolore fisico, per verificare dove possa arrivare la capacità di sopportazione dell’organismo.
Chiamarli “giochi” in effetti è un po’ surreale: nel nostro immaginario l’idea di gioco è associata alla “ciappedda” o, al massimo, alle discese con i “carruzzuna” dalla via Brescia o dalla via Michelini. Ma per una bambina di dieci anni giocare può anche voler dire partecipare ad una delle tante sfide on line. Nella solitudine di un’infanzia in cui l’unico punto di riferimento è il telefono, lontano dallo sguardo vigile dei genitori, quella bambina ha accettato la sfida più dura, si è spinta oltre la soglia cui nessuno vorrebbe arrivare. Ed è morta. Il fiore che stava sbocciando è stato reciso di netto, o forse, si è autoeliminato. Senza però rendersi conto fino alla fine del pericolo che stava correndo. Sembra quasi che la parte irrazionale di quella creatura si sia impossessata dell’intera persona, mettendone a tacere la fragile coscienza, e portandola così a farsi del male. La tragedia che si è consumata a Palermo ci ha lasciati senza parole. Ha destato tante perplessità sui contenuti veicolati dai social network e sull’uso scriteriato che ne fanno i giovanissimi. Ma ha aperto anche una discussione sul ruolo degli adulti. La sensazione è che la maggior parte dei ragazzi non riconosca autorevolezza a genitori e insegnanti e ciò li spinge per un processo di compensazione a cercare i propri punti fermi in altre pseudo-agenzie educative come TikTok. Qui i ragazzi si sentono ascoltati, interagiscono liberamente con altri coetanei e, addirittura, con adulti, che a loro volta sono spesso affetti dalla sindrome di Peter Pan (perché non accettano di dover crescere ed eventualmente invecchiare) o da qualche turba psichica. Il meccanismo risulta così avviato. Ma verso cosa?
Verrebbe da dire “verso l’autodistruzione”. Perché gli effetti di tali giochi sono spesso drammatici e in alcuni casi mortali, come mostra la storia della bambina palermitana.
Non vorremmo mettere sul banco degli imputati solo la rete, perché il web amplifica ciò che è nella società (tranne i casi in cui le sfide tra giovanissimi siano pilotate da adulti che lucrano sulla connessione ad una determinata piattaforma).
Probabilmente dovremmo guardare a noi stessi con più attenzione: nelle nostre famiglie è ormai un’abitudine consolidata che bambini piccolissimi giochino con lo smartphone e navighino in rete. Spesso senza controlli. Non conosciamo le soste di tale “navigazione”, che può presentare allettamenti e insidie. Come le Sirene ammaliano con la loro voce suadente Ulisse, così sul web le malie sono davvero numerosissime ed è facile che i più inesperti si facciano prendere nella rete. Ulisse per evitare che ciò accadesse conficcò la cera nelle orecchie dei suoi uomini, mentre lui, saldamente legato all’albero della nave, ascoltava senza pericolo l’affascinante canto delle Sirene. I bambini però non hanno ancora gli strumenti per difendersi. Forse non li possiedono nemmeno i più maturi, anch’essi catturati dalle seduzioni del web.
Per questo dobbiamo proteggerli. La nostra indifferenza corrisponde alla loro solitudine e rischia di tramutarsi in incubo. Bisognerebbe allora parlare di più con i nostri figli, valorizzarli, facendo sì che si sentano apprezzati da noi, ma anche guidarli nelle insidie di questo mondo. Osserviamo infatti come molti adulti abbiano rinunciato al loro ruolo di educatori. Anzi essi stessi forniscono ai più piccoli spettacoli indecorosi. Quale credibilità dovrebbero riconoscerci le nuove generazioni, se anche noi adulti siamo incapaci di governare noi stessi? La questione è complessa e implica anche i mutamenti socioculturali determinati dall’avvento della società dei consumi, che ci ha relegati al ruolo di “clienti”, soli e spesso incapaci di relazionarci gli uni con gli altri.
Da ultima la pandemia in corso ha dilatato le solitudini, ha chiuso le scuole e assegnato al web il ruolo di agorà virtuale, non essendo praticabile quella reale. Né d’altronde possiamo incolpare i ragazzi di essere “nativi digitali”: sono nati in un mondo pervaso dalle tecnologie informatiche, senza che l’abbiano chiesto. Proprio per il fatto che non hanno coscienza dei pericoli cui si espongono, noi grandi abbiamo dei precisi doveri nei loro confronti, soprattutto quello di non lasciarli soli e di educarli alle cose belle della vita. Una società che non si preoccupa dei giovani non crede nel futuro. è come se fosse già morta. è come se avesse ceduto le redini alla propria parte dionisiaca, dopo aver messo a tacere la dimensione apollinea, quella che genera la conoscenza e l’armonia tra le persone.

Sir Charles Lyell a Spaccaforno

Sir Charles Lyell (1797-1875) fu un eminente geologo scozzese. Grande amico di Charles Darwin, di cui condivise la teoria dell’evoluzione, Lyell scrisse un famoso trattato in tre volumi, Principles of Geology, diventato ben presto un testo di riferimento per le scienze geologiche moderne.
Lyell fece numerosi viaggi in particolare in Europa e nel continente americano. Visitò una prima volta la Sicilia nell’inverno del 1828-29. Fu in quest’occasione che Lyell ebbe l’occasione di soggiornare a Spaccaforno e ne studiò la carattersistiche rocce calcaree della Cava d’Ispica citate anche nei suoi Principles.
A parte le sue osservazioni scientifiche, Lyell ci ha lasciato anche un rendiconto di questo soggiorno in una sua lettera indirizzata a sua sorella Caroline, in cui si possono cogliere, a volte con un pizzico d’humour, tutti gli aspetti più quotidiani della sua vita di viaggiatore in terre lontane.
Nella lettera scritta da Agrigento il 18 dicembre 1828, Lyell racconta i suoi giorni passati in viaggio tra Siracusa e la città dei templi. In generale gli albergi erano poco più che locande insalubri. Lyell scrive a sua sorella: “Le locande sono esecrabili oltre ogni descrizione, e il pane spesso richiede tutta la potenza digestiva che ho acquisito andando a cavallo per dieci giorni consecutivi per undici ore ciascuno”. racconta per esempio che a Noto l’albergo era scomodo, ma che il giorno dopo a Pachino era ancora peggio.
Dopo aver ammirato le rocce di Capo Passero si diresse verso Spaccaforno, di cui si lamenta dell’assenza di alberghi pur essendo “un posto più grande di Salysbury”. Con il suo mulattiere, un certo rosario, si diresse allora al convento dei Gesuiti, che prometteva un alloggio decente. Ma, colmo della sfortuna, in quei giorni il vescovo si trovava in città per una visita che non compiva da tre anni cosicché i Gesuiti e i Carmelitani avevano prenotato tutte le stanze disponibili per il vescovo e il suo seguito.
Così Lyell e il suo mulattiere bussarono alla porta del convento dei Cappuccini: loro avevano una stanza ma era stata prenotata anche quella da persone al seguito della visita del Vescovo.
Il mulattiere rosario fece capire a un frate che avrebbe pagato bene un alloggio per la notte, e così il frate, forse anche impietositosi davanti a quel distinto signore venuto da tanto lontano, mise infine a disposizione la sua cella. A dire di Lyell, si trattava di una stanzetta molto spartana, sporca, dove ci stava appena un letto. Il pane era nero, duro, difficilmente digeribile, e la maggior parte dei frati era pittosto scortese tranne quello che gli offrì la sua cella. Formaggio e vino erano pessimi e non era riuscito a comprare nemmeno un pollo in quella città da 9500 abitanti, scrive lui. Quando alla fine del suo soggiorno Lyell offrì al frate una bella cifra per l’alloggio, sono sempre le parole di Lyell, il frate fece una scenetta come per dire che non si aspettava di essere pagato e che non doveva. Lyell gli disse allora di tenere i soldi per i canti in chiesa e per la sua anima. Proseguì poi verso Santa Croce e Licata.
Lyell ritornò poi una seconda volta in Sicilia una trentina d’anni dopo, questa volta per studiare l’Etna. Fu presidente della Società geologica di Londra. Fu fatto prima Cavaliere poi nominato Baronetto. Ebbe molti riconoscimenti e medaglie.
Il suo corpo ebbe l’onore di essere sepolto all’Abbazia di Wenstminster.

Anima della città

In tempo di pandemia da Covid-19 tra chiusure e nuove prescrizioni, tra speranze e delusioni, tra obiettivi e fallimenti la vita scorre e i sogni svaniscono, sia per i ragazzi ma anche per gli adulti. I media non fanno altro che amplificare questa realtà e il futuro è grigio.
C’è un modo per non farsi schiacciare dalla pandemia, per trovare dentro e fuori di noi l’energia per andare avanti e credere che essa sarà un’occasione di crescita per ciascuno e per tutta l’umanità, per la nostra città?
Se guardiamo ai numeri lo sconforto ci prende, basti pensare a quelli del nuovo dissesto comunale.
Pensiamo alle aziende in forte difficoltà, ai giovani che emigrano, alle famiglie senza reddito, a chi tra noi sperimenta la fame, ecc. C’è un’alternativa a questo stato di cose? Cosa possiamo fare ciascuno ed insieme? Il titolo di questo articolo “Anima della Città” richiama ad una forza, ad una energia che ridia movimento al Corpo sociale della nostra città.
Occorre un impegno che si chiama solidarietà. Ciò vale non soltanto per il singolo che è chiamato a guardare il proprio prossimo, ma vale anche per i soggetti collettivi: azienda, associazione, comunità religiosa, Istituzione.
La solidarietà è il rapporto di fratellanza e di assistenza reciproca che unisce i membri di un gruppo. Deriva dal francese solidarité che a sua volta deriva dal latino solidus: solido. Dei doveri di solidarietà ne parla la Costituzione Italiana, si dice solidale di una persona o di un gruppo che sostiene chi ha subito un’ingiustizia, lo si dice di una persona che nel momento di difficoltà si è mostrata solidale con qualcuno.
La solidarietà è il sostegno reciproco, è quindi la compattezza del corpo sociale, la sua coesione. Coesione che si esprime innanzitutto nella mutua assistenza, in una fratellanza che scaturisce dalla coscienza di far parte di un Uno. Quando non ci curiamo di qualcuno che sta male si crea una crepa nel corpo sociale ed esso si indebolisce.
Il modo in cui questa parola viene usata ci dice che è l’aiuto il cemento del corpo in cui viviamo, il venirsi incontro nella partecipazione di un destino comune in cui nessuno dovrebbe essere lasciato indietro o dimenticato: una società solidale è una società solida.
Ecco l’”Anima” di cui abbiamo bisogno a cominciare da questa città.
Il Covid-19 in fondo è una sfida che ci chiede di essere mutualistici perché siamo tutti sulla stessa barca.
Papa Francesco nell’aprile del 2015 ricevendo in udienza i membri della Fondazione Giovanni Paolo II disse: “È “solidarietà” una delle parole chiave del magistero di Giovanni Paolo II, una parola che qualcuno ha forse pensato dovesse tramontare, ma che in realtà conserva oggi tutta la sua forza profetica.”
Vale per ieri, vale ancora per oggi!

Giro di Sicilia in bicicletta

3° giorno. Letojanni-Milazzo

5:30 del mattino, se non fosse per le onde infrangersi sulla battigia regnerebbe il silenzio su tutto il camping. Fuori dalla tenda è ancora buio, tento di dormire ancora un pò, ma inizia ad albeggiare e a questo punto mi vien voglia di vedere il sole salire sù dal mare, non manca molto.
Esaudito il desiderio, con calma inizio a preparare le mie cose, smonto la mia tenda e carico tutto sulla bici, ma credo che romero dorma ancora…. e temo che non partiremo alle 6:30 come programmato la sera precedente…. difatti inizieremo a pedalare per le otto (in ritardo sulla tabella di marcia!) Poco più tardi capirò che romero non ha riposato proprio bene.
Perdere sonno prezioso in queste situazioni potrebbe compromettere l’esito del viaggio… c’è da stare attenti.


Le buone salite del mattino
Lasciato Il camping che si trova a livello del mare, iniziano i saliscendi che ci porteranno verso Messina, nel frattempo il sole splende, acceca e brucia sempre più.
Sarebbe stato bello pedalare in prossimità delle lunghissime lingue di spiagge che si susseguono, ma due sono i problemi in questo tratto di costa jonica, il primo sono le continue foci che si riversano sul mare (numerosi torrenti e fiumi scendono dai versanti montani alla nostra sinistra) quindi diverse volte dobbiamo effettuare delle deviazioni lungo la costa, per attraversare i ponti. Il secondo motivo è il binario ferroviario che affianca le spiagge, sostituendo la strada che per noi sarebbe stata più utile. Cosi dobbiamo accontentarci di seguire i capricci orografici del territorio su e giù per tratti irregolari, insomma una mattinata sfiancante ma compensata dalla scoperta di tanti piccoli borghi marinari che quasi l’uno di seguito l’altro creano una lunga striscia antropica lungo la costa.


Messina
Verso le 11:30 siamo a Messina, e dopo un tratto percorso costeggiando il mare entriamo nella città vera e propria, una serie continua di semafori, di “stop and go” che sembravano non finire mai, fino a che non arriviamo ad un “rilassante” lungomare per una breve pausa. Ancora dopo ecco la strada che costeggia il lago
Ganzirri, uno specchio d’acqua che richiama alla mente città lagunari.


Capo Peloro,
Verso le 13,00 attraversando un quartiere di case basse di pescatori, raggiungiamo capo
Peloro, un luogo incredibile dove svetta la “torre faro” con i suoi 232 metri di altezza, dove il Tirreno incontra lo Jonio, dove le coste
Giro di Sicilia in bicicletta 3° giorno. Letojanni-Milazzo calabresi sembrano raggiungibili con poche bracciate a nuoto. E difatti abbiamo approfittato per una bella nuotata ma senza avvicinarci troppo a quei mulinelli d’acqua che ribollono, gorgogliano e sfumano il colore del mare dal turchese al blu petrolio.


Verso Milazzo
Dopo una pausa sotto un albero per ripararci dalla calura, verso le 15,30 ripartiamo in direzione Milazzo, percorriamo la statale 113, una strada inaspettatamente piacevole, non troppo trafficata, per lunghi tratti fiancheggiata da alberi che regalano ombra e bei colori.
A metà pomeriggio pedaliamo già per le vie di Milazzo costeggiando il lato est, ormai provati da una giornata ricca di chilometri, caldo e sudore, dopo un’ultima salita eccoci al camping, situato in un luogo tanto straordinario quanto infestato dalle zanzare. L’impresa è stata allestire le tende sopportando la sofferenza delle punture di questi odiosi insetti…
Un altro giorno si conclude e adesso, dentro la mia piccola tenda, ripercorro con la mente i luoghi attraversati e le esperienze oggi vissute.

La mia visita a Leonardo Sciascia

Alcuni tra i più diffusi quotidiani hanno ricordato con articoli e interventi di autorevoli firme il centenario della nascita di Leonardo Sciascia. Per me la spinta non tanto involontaria a riandare a un ricordo personale, a riafferrare con la memoria i dettagli di quella visita quando per conto della “Fiera Letteraria” andai a trovare Sciascia nella sua residenza palermitana in via Francesco Scaduto.
La soggezione, l’aura reverenziale attraverso cui guardavo il grande scrittore già vezzeggiato (ma anche infastidito) dal crescente clamore della stampa e sublimato dalla fama, lo allontanavano in una dimensione puramente letteraria e atemporale, in una età indefinita e indefinibile, dove non aveva corso l’incongruo conteggio degli anni anagrafici.
Sciascia mi accolse con domestica semplicità e la concreta e compassata cortesia dei suoi 53 anni. In quel suo studio-salottino che aveva alle pareti credenzine bene ordinate di libri, con la presenza ospitale della moglie Maria e della giovane figlia (anch’io mi ero presentato in compagnia di mia moglie) sembrava davvero di trovarsi in una riunione che si fosse data per una casualità familiare. Del tutto fortuita era anche la presenza propizia e vivacizzante di Natale Tedesco, illustre professore di Letteratura Italiana nell’università di Palermo, legato da antica amicizia e profonda affinità intellettuale allo scrittore di racalmuto.
Erano i primi anni settanta. Avevo letto tutti i libri di Leonardo Sciascia editi finallora da Einaudi e seguivo con grande entusiasmo gli sviluppi e il successo della sua autorità letteraria. Dalla folgorante lettura dell’impervio incunabolo “Le parrocchie di Regalpetra” alla pirandelliana saggistica indagatrice della “Corda Pazza”, dal “Consiglio d’Egitto” a “Il mare colore del vino” e “Gli zii di Sicilia”, e poi i celebri racconti dove anche i loici mafiosi disquisiscono fra altre cose sul significato del vocabolo mafia, e che, aleggianti ormai nell’immaginario collettivo per la parallela trasposizione cinematografica, non c’è bisogno di elencare con cattedratica scolasticità. Quelle letture erano per me la nuova miracolosa lente attraverso cui riscoprire e guardare con occhi diversi la gelosa complessità dell’anima siciliana, per molti versi oscura e misconosciuta anche a chi della
Sicilia porta in sé stigma e conoscenza genetica.
Allora forse non consideravo abbastanza di trovarmi di fronte allo scomodo e controverso letterato che come Pasolini rappresentava la voce critica più ascoltata (e osteggiata) di quegli anni, dello spigoloso e parmenideo maitre à penser che con l’esercizio affilato della sua particolare intelligenza storica sconvolgeva i luoghi comuni e le ambigue verità di cui era incrostata in ogni epoca la coscienza civile. rivedo ora più chiaramente come in certi ambienti e cerchie di benpensanti quello di Sciascia fosse considerato allora un mito e un successo artefatto, un successo gratuito, sproporzionato. Ho un ricordo preciso di quella battuta alla quale lì per lì non diedi molta importanza. Poiché in redazione mi ero dichiarato disponibile a condurre un’intervista con lo scrittore siciliano, quasi come contrappunto al mio personale e convinto entusiasmo, da qualche angolo sentii esclamare: “Sciascia show!” Era una frecciatina sprezzante, malevola, indispettita. Si criticava peraltro il fatto che lo scrittore si facesse desiderare, che fosse impossibile contattarlo o si negasse addirittura sentenziando poi dal suo remoto rifugio isolano. Si cercava sulla mappa del Touring regalbuto e si confondeva questo con racalmuto, la semireale e metaforica “regalpetra”.
Nel clima di quegli anni erano abbastanza vive ed evidenti allergie e idiosincrasie politiche. Leonardo Sciascia per ciò che distillava, per ciò che faceva affiorare e denunciava, passava per uomo di sinistra, comunista addirittura. Fui sorpreso quando sulla “Fiera Letteraria” la mia intervista apparve col titolo a grandi caratteri: “NON OBBEDISCO A NIENTE E A NESSUNO”. Allo scrittore io avevo chiesto, forse un po’ ingenuamente, se la sua denuncia sociale (il suo primo libro fu pubblicato nei gettoni einaudiani mentore Vittorini), a parte le prese di distanza da certi intellettuali di sinistra presupponesse una certa adesione o consonanza con l’ideologia marxista. In quegli anni o si era fascio o si era militanti del PCI e marxisti. Sciascia aveva semplicemente risposto che non aveva mai pensato di scrivere all’ombra della bandiera di un partito o di qualche ideologia. Non ci voleva molto, con quella roboante titolazione, a destare il sospetto di uno
Sciascia anarchico o pericolosamente sovversivo, come si immaginava di alcuni intellettuali allora.
Di quel titolo non ero affatto responsabile. La mia intervista era piuttosto giocata tutta sul campo critico-letterario, come se avessi dovuto fare l’esegesi dell’opera del grande scrittore già immortalato nella storia della letteratura italiana. Tra le mie domande c’era quella che sosteneva, piuttosto che sollecitare un reale chiarimento, come col suo racconto “Il Consiglio d’Egitto” Sciascia avesse scritto un “antigattopardo”, quasi una risposta polemica, un contraltare al qualunquismo storico e alla sublime indifferenza del Principe di Lampedusa.
Sciascia trovava un fondo di verità nella mia considerazione, ma non intesa scioccamente (come alcuni credevano) nel senso che egli si fosse messo appositamente a tavolino per un rovesciamento del fatalismo siciliano del Principe Salina, per contrastare l’inerzia e la rassegnazione atavica del Gattopardo. Mi fece notare che semmai una sorta di “antigattopardo” egli lo aveva già scritto con quel racconto lungo che era “Il quarantotto”. Questo racconto fu ristampato insieme agli altri che compongono “Gli zii di Sicilia” nel 1960 nei “Coralli” di Einaudi, ma era stato scritto tempo prima e già pubblicato nel 1958, cioè in anticipo di almeno due anni sull’uscita e sull’avventura letteraria del romanzo di Tomasi di Lampedusa.
Conservo il dattiloscritto delle risposte alla mia intervista che Sciascia mi consegnò l’indomani dopo averle battute con la sua Olivetti pigiando un tasto alla volta come faceva per scrivere i suoi racconti. Mi disse infatti che alle domande che avevo preparato non intendeva rispondere a braccio ma in modo più attento e ponderato. E ho tra i miei libri una sua rara operetta stampata a tiratura limitata “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel” (il donchisciottesco poeta francese venuto misteriosamente a morire in una camera dell’Hotel des Palmes di Palermo), di cui lo scrittore mi fece dono credo come segno di apprezzamento del mio fervore intellettuale.
Forse per un istintivo pudore alieno dalla vanità della corrente consuetudine, non mi premurai di farvi segnare la dedica di rito con il prezioso autografo del suo autore.
Era doveroso che anche il rinnovato “Immaginario” ricordasse il centenario della nascita del grande scrittore siciliano, che fra l’altro la nostra città, in tempi non sospettabili di conformismo plaudente e gregario, ha il merito di avere accolto e onorato (o piuttosto ricevendone lustro) col “Premio di Poesia e Cultura” degli inizi.
Esattamente quarant’anni fa, edizione 1981. resta un pizzico di rammarico.

Il rito del viaggio in Sicilia

Vivo a Bruxelles e ho già lavorato saltuariamente nella redazione dell’Immaginario. Ispica, l’ho visitata alcune volte; ci ho amici dal 1988, alla vigilia di sconvolgimenti che hanno cambiato profondamente l’Europa e il mondo. Abbiamo lavorato insieme, con altri amici francesi, tedeschi e greci, per favorire l’incontro e la collaborazione tra i giovani dei nostri vari paesi, con l’obiettivo di sviluppare un “immaginario europeo”, condizione necessaria ed essenziale a nostro avviso per andare oltre una unione economica e favorire l’emergere di una comune cultura e di un’identità condivisa – un “noi” europeo in un certo senso.
Era il nostro modo di contribuire al rafforzamento di un’ampia area di pace e di sviluppo perenni. Siamo stati supportati per questo dalle nostre istituzioni nazionali ed europee ma dopo pochi anni, sia a livello globale che locale, le condizioni sono cambiate e le nostre collaborazioni si sono fatte più rare e poi si sono estinte. Amicizie e bei ricordi rimangono nella memoria degli organizzatori e dei partecipanti, alcuni mi ricordano ogni tanto.
In un contesto segnato dal risorgere forte di nazionalismi e dalla crescente sfiducia nei confronti degli organismi europei e internazionali, tutto ciò appariva lontano e la speranza di una grande solidarietà transnazionale sembrava una chimera per alcuni sognatori utopici. E tuttavia, nel 2018-19, i giovani hanno di colpo risvegliato le nostre società rivendicando in tutta Europa e anche oltre una presa in carico responsabile del destino dell’umanità di fronte alla catastrofe annunciata del cambiamento climatico e al degrado del nostro ambiente se non adottiamo misure radicali e innovative nello sfruttamento delle risorse. Questo movimento ha spinto la nuova
Commissione europea a considerare la riduzione delle emissioni di carbonio una priorità assoluta per gli anni a venire.
Una vittoria apparente che però non soddisfaceva tutti: come aver fiducia in questi buoni propositi quando gli impegni precedenti non sono stati mai rispettati? Per il grande pubblico, gli unici provvedimenti fino ad allora prese si erano limitate all’aumento del prezzo dei combustibili domestici, mettendo in difficoltà soprattutto le famiglie che non avevano alternative all’automobile. ricordiamo i movimenti sociali innescati dai gilet gialli in Francia e la loro rapida diffusione in Europa.
Eravamo lì poco più di un anno fa, quando dalla Cina si stava diffondendo la notizia di una nuova epidemia. Ci sentivamo ancora abbastanza tranquilli, fiduciosi nei nostri sistemi sanitari avanzati. E mentre la comunità scientifica lanciava l’allarme, in una certa misura rilanciato da alcuni media, i nostri politici hanno minimizzato o hanno voluto rassicurare, convinti che le condizioni di trasmissione e di cura nei nostri paesi non avevano nulla in comune con l’Estremo Oriente.
Il seguito è noto. Tutte le nostre cosiddette linee di difesa si sono rivelate inefficaci; le conoscenze, il personale e le attrezzature erano ovunque insufficienti. In altre parole, in Europa, la ricerca, gli investimenti nelle politiche di sanità pubblica e nelle catene di produzione e fornitura di tutti i tipi di beni hanno mostrato la loro estrema fragilità. La dipendenza del nostro continente dalla Cina ci è apparsa in tutta la sua dimensione.
Le nostre stesse istituzioni democratiche sono apparse di fronte alla crisi meno adeguate del regime totalitario cinese, le cui misure radicali sono state in grado di contenere più efficacemente l’epidemia nel loro territorio; possiamo quindi davvero affrontare tali minacce senza disporre di un potere assoluto?
L’Unione eurIl viaggio dal nord Italia verso il sud più lontano nei primi anni ‘50 era quasi un’avventura; dalla grande alla piccola stazione, si cambiava a Milano, a roma, a Siracusa, perché non c’era un treno diretto.
In treno ricordo lo scompartimento con i sedili di legno; e poi i cuscini da viaggio. Li potevi noleggiare a Milano, a roma, oppure a Catania per il viaggio di ritorno al nord. Il prezzo del cuscino era di 20 o 30 lire,ma dovevi consegnarlo all’arrivo in una di queste grandi stazioni. ricordo il sussultare dei vagoni sulle rotaie, e dopo 24 ore finalmente lo stretto di Messina, il ferry-boat, il mare e il profumo, il colore di una Sicilia sognata.
E poi la stazione di Siracusa, dove il viaggio era quasi terminato. Mancava l’ultimo tratto: la locomotiva a vapore che, fermandosi nelle stazioncine, portava i migranti al loro paese.
E infine, nel mio ricordo personale, il tratto da rosolini ad Ispica era il più emozionante; osservavo i miei genitori, avevano gli occhi ardenti nel rivedere i luoghi natii. Noi bambini eravamo affascinati dal rumore della locomotiva che sbuffava sferragliando. Nell’ultimo tratto compariva il Carmine, la chiesa del Gesù ed eccoci ad Ispica, anzi a Spaccaforno, come la chiamavano ancora gli anziani.
L’arrivo, ed era sempre d’estate, era il momento in cui si assaporava la pienezza intensa del luogo: caldo assoluto, luce accecante, profumo di carrube.
La carrozza ci portava dalla stazione verso il paese, dai nonni, al Carmine, il luogo degli affetti e il quartiere dove, per noi piccoli, ci si poteva muovere in libertà. Ma non era ancora finito il momento dell’arrivo: ad aspettarci c’erano i parenti ma anche i vicini di casa, e quindi baci e abbracci e poi i doni, le focacce, i frutti di stagione, i biscotti di mandorle.
Era questa l’accoglienza, sentirsi come a casa. E lì, in quella piazza del Carmine, che in quel tempo non era ancora asfaltata e quindi non percorribile dalle automa solo dai carretti, sulla facciata dell’antica chiesa, oggi Santuario, c’è una lapide a ricordo dello scrittore Luigi Capuana che a Ispica ha ambientato il suo romanzo “Profumo”; titolo non casuale, poiché il profumo della vegetazione delCarmine, della “silvia”, il giardino dietro il convento, sembra fare da parallelo alla strana sindrome di cui soffre la protagonista del romanzo.
Oggi il viaggio, metafora di tante esperienze umane, si consuma velocemente; si arriva percorrendo l’autostrada fino a rosolini, si vola fino a Catania accolti dallo spettacolo dell’Etna, si raggiunge facilmente il paese, o come dicevano i nostri predecessori “u paisi”. Si osservano panorami e cose, strade nuove, moderni supermercati, belle case, ma tutto in fretta, tutto si consuma in fretta.
Ecco, per ritrovare il profumo e il fascino di un tempo penso si debba tornare verso i luoghi dell’infanzia, se non fisicamente almeno con la memoria; ripercorrere lentamente, assaporare e ricordare lapiccola storia di ciascuno dinoi, immersi nella storia di Spaccaforno.opea e la solidarietà che avrebbe dovuto implicare si sono rivelate insufficienti di fronte a una tale crisi. Di conseguenza, l’esistenza stessa di questa istituzione è stata minacciata come non lo era mai stata prima: se non riesce ad essere un baluardo contro una piaga che ci colpisce tutti, a cosa serve veramente?
Il bene comune è forse soltanto la somma dei nostri interessi economici immediati o è una visione a lungo termine della nostra sopravvivenza in quanto specie? Il destino della nostra specie può essere considerato indipendente da tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta?
Queste domande, che vanno ben oltre i confinii del nostro continente, hanno fatto tremare l’Europa fin dalle fondamenta, ma uno sconvolgimento, inimmaginabile qualche anno fa, l’ha fatta uscire dalla sua solita inerzia e dai suoi compromessi minimalisti a breve termine. La ricca repubblica
Federale Tedesca comprese che doveva la sua prosperità soprattutto alla sua appartenenza all’Unione e che doveva dare prova di solidarietà. L’Europa è stata finalmente in grado di dare vita a piani ambiziosi e di impegnarsi in investimenti solidali su larga scala. Fortunatamente la volontà di gestire l’urgenza della crisi Covid e le sue conseguenze economiche non ha eclissato le ambizioni climatiche, passando in pochissimo tempo dal 40 al 55% di riduzione dei gas serra entro il 2030.
Me ne sono rallegrato sui social, ma sono stato subito chiamato ingenuo. è vero che tale piano manca di indicazioni sugli obiettivi annuali, che tali impegni coinvolgono solo chi ci crede, che questo non esclude contrattazioni nazionali e regionali con le loro conseguenze per la stabilità dei governi come stiamo assistendo in Italia e che questo non metterà a tacere i nazionalisti radicali, ma se non mostrerà le sue ambizioni ai massimi livelli e la sua aspirazione alla leadership mondiale sui temi dei diritti umani e sociali, dell’ambiente e della democrazia, L’Europa è finita.
Per fare questo, ha bisogno o di un forte potere, ma questo è contrario ai suoi principi, o di un ampio consenso basato su una sempre maggiore popolarità. Torniamo all ‘“immaginario europeo”, condizione essenziale per andare oltre l’unione economica e realizzare una cultura comune, un’identità condivisa, una possibile solidarietà voluta tanto dai più privilegiati quanto dai più bisognosi. Se nel suo desiderio di staccare il regno
Unito dall’Europa, Boris Johnson ha considerato attaccare l’Erasmus come una priorità, è perché sa che, per avere successo lì, deve attaccare questa cultura europea emergente, odiata da populisti.
La nostra idea non era quindi così obsoleta, speriamo che l’Europa la ricordi e sosterrà il suo approccio con adeguate politiche culturali.

L’Europa nelle mani dei giovani

Vivo a Bruxelles e ho già lavorato saltuariamente nella redazione dell’Immaginario. Ispica, l’ho visitata alcune volte; ci ho amici dal 1988, alla vigilia di sconvolgimenti che hanno cambiato profondamente l’Europa e il mondo. Abbiamo lavorato insieme, con altri amici francesi, tedeschi e greci, per favorire l’incontro e la collaborazione tra i giovani dei nostri vari paesi, con l’obiettivo di sviluppare un “immaginario europeo”, condizione necessaria ed essenziale a nostro avviso per andare oltre una unione economica e favorire l’emergere di una comune cultura e di un’identità condivisa – un “noi” europeo in un certo senso.
Era il nostro modo di contribuire al rafforzamento di un’ampia area di pace e di sviluppo perenni. Siamo stati supportati per questo dalle nostre istituzioni nazionali ed europee ma dopo pochi anni, sia a livello globale che locale, le condizioni sono cambiate e le nostre collaborazioni si sono fatte più rare e poi si sono estinte. Amicizie e bei ricordi rimangono nella memoria degli organizzatori e dei partecipanti, alcuni mi ricordano ogni tanto.
In un contesto segnato dal risorgere forte di nazionalismi e dalla crescente sfiducia nei confronti degli organismi europei e internazionali, tutto ciò appariva lontano e la speranza di una grande solidarietà transnazionale sembrava una chimera per alcuni sognatori utopici. E tuttavia, nel 2018-19, i giovani hanno di colpo risvegliato le nostre società rivendicando in tutta Europa e anche oltre una presa in carico responsabile del destino dell’umanità di fronte alla catastrofe annunciata del cambiamento climatico e al degrado del nostro ambiente se non adottiamo misure radicali e innovative nello sfruttamento delle risorse. Questo movimento ha spinto la nuova
Commissione europea a considerare la riduzione delle emissioni di carbonio una priorità assoluta per gli anni a venire.
Una vittoria apparente che però non soddisfaceva tutti: come aver fiducia in questi buoni propositi quando gli impegni precedenti non sono stati mai rispettati? Per il grande pubblico, gli unici provvedimenti fino ad allora prese si erano limitate all’aumento del prezzo dei combustibili domestici, mettendo in difficoltà soprattutto le famiglie che non avevano alternative all’automobile. ricordiamo i movimenti sociali innescati dai gilet gialli in Francia e la loro rapida diffusione in Europa.
Eravamo lì poco più di un anno fa, quando dalla Cina si stava diffondendo la notizia di una nuova epidemia. Ci sentivamo ancora abbastanza tranquilli, fiduciosi nei nostri sistemi sanitari avanzati. E mentre la comunità scientifica lanciava l’allarme, in una certa misura rilanciato da alcuni media, i nostri politici hanno minimizzato o hanno voluto rassicurare, convinti che le condizioni di trasmissione e di cura nei nostri paesi non avevano nulla in comune con l’Estremo Oriente.
Il seguito è noto. Tutte le nostre cosiddette linee di difesa si sono rivelate inefficaci; le conoscenze, il personale e le attrezzature erano ovunque insufficienti. In altre parole, in Europa, la ricerca, gli investimenti nelle politiche di sanità pubblica e nelle catene di produzione e fornitura di tutti i tipi di beni hanno mostrato la loro estrema fragilità. La dipendenza del nostro continente dalla Cina ci è apparsa in tutta la sua dimensione.
Le nostre stesse istituzioni democratiche sono apparse di fronte alla crisi meno adeguate del regime totalitario cinese, le cui misure radicali sono state in grado di contenere più efficacemente l’epidemia nel loro territorio; possiamo quindi davvero affrontare tali minacce senza disporre di un potere assoluto?
L’Unione europea e la solidarietà che avrebbe dovuto implicare si sono rivelate insufficienti di fronte a una tale crisi. Di conseguenza, l’esistenza stessa di questa istituzione è stata minacciata come non lo era mai stata prima: se non riesce ad essere un baluardo contro una piaga che ci colpisce tutti, a cosa serve veramente?
Il bene comune è forse soltanto la somma dei nostri interessi economici immediati o è una visione a lungo termine della nostra sopravvivenza in quanto specie? Il destino della nostra specie può essere considerato indipendente da tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta?
Queste domande, che vanno ben oltre i confinii del nostro continente, hanno fatto tremare l’Europa fin dalle fondamenta, ma uno sconvolgimento, inimmaginabile qualche anno fa, l’ha fatta uscire dalla sua solita inerzia e dai suoi compromessi minimalisti a breve termine. La ricca repubblica
Federale Tedesca comprese che doveva la sua prosperità soprattutto alla sua appartenenza all’Unione e che doveva dare prova di solidarietà. L’Europa è stata finalmente in grado di dare vita a piani ambiziosi e di impegnarsi in investimenti solidali su larga scala. Fortunatamente la volontà di gestire l’urgenza della crisi Covid e le sue conseguenze economiche non ha eclissato le ambizioni climatiche, passando in pochissimo tempo dal 40 al 55% di riduzione dei gas serra entro il 2030.
Me ne sono rallegrato sui social, ma sono stato subito chiamato ingenuo. è vero che tale piano manca di indicazioni sugli obiettivi annuali, che tali impegni coinvolgono solo chi ci crede, che questo non esclude contrattazioni nazionali e regionali con le loro conseguenze per la stabilità dei governi come stiamo assistendo in Italia e che questo non metterà a tacere i nazionalisti radicali, ma se non mostrerà le sue ambizioni ai massimi livelli e la sua aspirazione alla leadership mondiale sui temi dei diritti umani e sociali, dell’ambiente e della democrazia, L’Europa è finita.
Per fare questo, ha bisogno o di un forte potere, ma questo è contrario ai suoi principi, o di un ampio consenso basato su una sempre maggiore popolarità. Torniamo all ‘“immaginario europeo”, condizione essenziale per andare oltre l’unione economica e realizzare una cultura comune, un’identità condivisa, una possibile solidarietà voluta tanto dai più privilegiati quanto dai più bisognosi. Se nel suo desiderio di staccare il regno
Unito dall’Europa, Boris Johnson ha considerato attaccare l’Erasmus come una priorità, è perché sa che, per avere successo lì, deve attaccare questa cultura europea emergente, odiata da populisti.
La nostra idea non era quindi così obsoleta, speriamo che l’Europa la ricordi e sosterrà il suo approccio con adeguate politiche culturali.

Si salvi chi può

Cosa fareste voi, da medico, se nei primi giorni di vaccinazione vi accorgeste che restano fiale inutilizzate per assenze impreviste, o che le dosi sono abbondanti e dai fondi si ricavano altre dosi?
Chiamereste i primi di una lista d’attesa saggiamente approntata.
Giusto, ma se non vengono? E poi, non siete un centralino e i tempi sono strettissimi: entro poche ore il vaccino scade. Buttarlo sarebbe un peccato. Così lo utilizzate per le persone a voi care e facilmente rintracciabili. O care ai vostri superiori, colleghi, collaboratori. E, dai familiari agli amici, dagli amici ai conoscenti, il passo è breve. Quale regola infrangete? Nessuna, perché nessuno aveva calcolato tale evenienza… Ma di certo, se foste medici addetti a tal scopo, avreste potuto chiedere permessi o direttive all’autorità.
Era semplice, bastava far presente adeguarsi alle risposte.
Una volta che si slitta su terreni non definiti, è facile scivolare.
Si sparge, fino ai paeselli limitrofi, la voce “ma tu non vai a Scicli? Io si, mi sono vaccinata”. Se è vero, non tocca me appurarlo. Si accorre a frotte, come una volta all’Ikea o all’apertura del Discount che regala un elettrodomestico a cliente. Ci si va perché ci vanno tutti, senza il minimo scrupolo di coscienza, andrebbero somministrati almeno secondo un criterio di necessità, o no? Probabilmente, il maggior numero di speranzosi tornerà deluso. Forse è un fenomeno d’isteria di massa (a Scicli, a Scicli!), perché sembra impossibile che un ospedale disponga di così tanto vaccino eccedente. Forse si è trovato un sistema per moltiplicare i contrari al vaccino, in modo da lasciarlo alla brava gente? Scherzo, ma non fa ridere. Di oppositori ne esistono fin troppi, sono l’altro versante d’isteria collettiva.

Siamo un paese libero e ognuno può rifiutare le cure ufficiali.
Il problema si è posto molte volte, dai genitori che proibiscono le trasfusioni per i figli, a giovani donne ammalate che si affidano a intrugli letali. A volte i giudici si impongono, per salvare vite, ma è uno scoglio legislativo molto duro da superare. In generale, però, il diritto di scelta, nel campo della salute, finisce dove le tue scelte procurano danno ad altri.
I no-vax, in costante ascesa ben prima del covid, non vaccinando i loro bambini mettono a rischio i bambini più fragili che non possono vaccinarsi. E, ripresentandosi in un certo numero di casi, quella malattia riprende forza e si diffonde.
Negli anni recenti, si sono accesi parecchi focolai di morbillo, che era stato debellato.

Il nocciolo vero è però la mancanza di fiducia negli esperti, la vena di anti intellettualismo che si è insinuata nella società, come se democrazia significasse “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza” (lo ha scritto Isaac Asimov, nel 1980).
Se la formula uno-vale-uno è incontestabile per i diritti e la dignità personale, non così per gli altri aspetti. Se le conoscenze non contassero, tutti saremmo capaci di progettare un aereo o un grattacielo, di fare nuove scoperte per l’umanità, di effettuare un’operazione chirurgica senza aver studiato medicina almeno per un decennio, tra università, tirocinio, specializzazione. Ogni sapere vale, ma si ricorre a chi ne sa di più in un dato campo, ovvio. Questo processo di fiducia, in molte frange di popolazione, si è interrotto.
Negli Stati Uniti, gruppi consistenti istruiscono i figli in casa, sostengono che la terra è piatta, lo sbarco sulla luna non è mai avvenuto e gli alieni vivono tra noi. Abbiamo sottovalutato la gravità del fenomeno: pensate a che esaltazione provi chi è convinto di smascherare le trame occulte del Potere Mondiale! Secondo loro, il vaccino è un modo per renderci schiavi attraverso un microchip, come nel libro di Orwell, 1984. Sul fatto che lo abbiano letto, non ci giurerei.

Fate danni, dottori e personale sanitario se non vi vaccinate.
Non potete farvi trasmettitori di virus per le corsie o dentro le strutture per anziani. Problema enorme, che lo Stato sta affrontando attraverso il convincimento morbido, la persuasione.
Avete visto il primo dei filmati a tal scopo di Giuseppe
Tornatore? La tenda degli abbracci, un’anziana piena d’amore che non colpevolizza la giovane per i suoi dubbi, poi la saluta con “Devi volerti bene”, cioè preservarti, vaccinarti.
Messaggio implicito: tu, antivaccinista, hai buon cuore, tenerezza di abbracci, serietà nel prendere decisioni, alla fine dei legittimi dubbi prenderai quella migliore per te e per gli altri.
Ma il mio, di dubbio, con tutto l’affetto per Tornatore, è che funzioni. Quale anti-vaccinista, anti-scienza, anti-tutto, cambierà idea dopo averlo visto?
Io continuo a incontrarne, anche uscendo di meno, anche non trovandomi nel ventre caotico d’America. Proprio ieri, una conoscente che non vedevo da tempo, ha riassunto in fretta le sue posizioni. “Lockdown? Io uscivo lo stesso”, e fa spallucce. “Lavoro da casa? Violano l’intimità della mia camera da letto”. “Ma puoi farti un angolino di sfondo come vuoi”, suggerisco. Neanche mi ascolta. “D’estate? Ho viaggiato dappertutto”. “Un mio collega positivo si era spaventato, ma dai, in una settimana stava bene, un’influenza, ecco”.
Ha la mascherina in mano e fa finta di coprirsi la bocca con la sciarpa. Cerco di filarmela con un augurio, “speriamo che finisca presto” e lei, aspra, “ah sì, che finisca tutta questa montatura!”.
Che le è successo? Era una persona seria, ha una casa, un lavoro, esperienza. Le hanno innestato un microchip nel sonno? Scherzo, ma non fa ridere. Avete visto la massa criminale, oscena, sgangherata assaltare Capitol Hill? In queste settimane, il presunto sciamano, quello con le corna e pelliccia, rifiuta il cibo della prigione perché non è biologico.
Nuovi mostri crescono. Mescolano rimpianti di purezza a uso delle armi, disprezzo degli esperti e delle leggi a dottrine spirituali imparaticce. Le merendine industriali fanno male, il covid no. Aiuto!

È anche contro queste pericolose derive che l’autorità politica e sanitaria deve essere integerrima. Combattere con l’esempio la mentalità nazionale (non solo siciliana) per cui aggirare il sistema è una virtù. Se sono vere le voci di un vaccino allargato, basta chiedere una regolamentazione e attenersi a quella. E l’invito “a Scicli, a Scicli!” lanciamolo solo per vedere i suoi meravigliosi palazzi e i tramonti pastello di Piero Guccione.

L’Immaginario di gennaio 2021

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