Il gioco pericoloso

Narra il mito che una notte Agave, madre di Penteo, invasa dal furore di Dioniso, dio del vino e della sfrenatezza, non riconobbe il figlio, che come re di Tebe non voleva che nella sua città venissero praticati i culti dionisiaci, e lo sbranò come una belva. è una divinità molto pericolosa Dioniso, perché ha il potere di annebbiare la vista e la coscienza. In preda al suo dominio e obnubilato nella consapevolezza di sé, l’uomo rischia di compiere azioni gravissime a danno di se stesso e degli altri, senza quasi rendersene conto. Per questo gli antichi greci opponevano alla sfera dionisiaca quella apollinea, improntata alla luce e alla ragione. Apollo è infatti il dio che illumina il mondo con il sole, con le profezie e con le arti. In ogni essere umano – dirà il filosofo tedesco Friederich Nietzsche – convivono una natura angelica, presieduta da Apollo, e una demoniaca, retta da Dioniso.
Di tanto in tanto la parte irrazionale si impossessa dell’uomo e lo induce a compiere gli abomini di cui è piena la storia.
Come se nell’individuo, per un principio di riequilibrio interiore, ci fosse periodicamente bisogno di distruggere ciò che egli ha costruito fino a quel momento. Immaginiamo una bambina, un fiore appena sbocciato che si affaccia alla vita con energia e curiosità, che entra senza nemmeno accorgersene in una spirale diabolica qual è quella rappresentata dalle challenge sulle piattaforme social. Vere e proprie sfide organizzate da giovani o, talvolta, da adulti (poco cresciuti) in cui i partecipanti sono invitati a superare prove pericolose fino a giungere al limite stesso che separa la vita dalla morte. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i “giochi” cosiddetti “estremi”: ragazzi che si stendono sui binari ferroviari e che si alzano prima del sopraggiungere del treno. Altri invece che sperimentano su di sé o sugli amici il dolore fisico, per verificare dove possa arrivare la capacità di sopportazione dell’organismo.
Chiamarli “giochi” in effetti è un po’ surreale: nel nostro immaginario l’idea di gioco è associata alla “ciappedda” o, al massimo, alle discese con i “carruzzuna” dalla via Brescia o dalla via Michelini. Ma per una bambina di dieci anni giocare può anche voler dire partecipare ad una delle tante sfide on line. Nella solitudine di un’infanzia in cui l’unico punto di riferimento è il telefono, lontano dallo sguardo vigile dei genitori, quella bambina ha accettato la sfida più dura, si è spinta oltre la soglia cui nessuno vorrebbe arrivare. Ed è morta. Il fiore che stava sbocciando è stato reciso di netto, o forse, si è autoeliminato. Senza però rendersi conto fino alla fine del pericolo che stava correndo. Sembra quasi che la parte irrazionale di quella creatura si sia impossessata dell’intera persona, mettendone a tacere la fragile coscienza, e portandola così a farsi del male. La tragedia che si è consumata a Palermo ci ha lasciati senza parole. Ha destato tante perplessità sui contenuti veicolati dai social network e sull’uso scriteriato che ne fanno i giovanissimi. Ma ha aperto anche una discussione sul ruolo degli adulti. La sensazione è che la maggior parte dei ragazzi non riconosca autorevolezza a genitori e insegnanti e ciò li spinge per un processo di compensazione a cercare i propri punti fermi in altre pseudo-agenzie educative come TikTok. Qui i ragazzi si sentono ascoltati, interagiscono liberamente con altri coetanei e, addirittura, con adulti, che a loro volta sono spesso affetti dalla sindrome di Peter Pan (perché non accettano di dover crescere ed eventualmente invecchiare) o da qualche turba psichica. Il meccanismo risulta così avviato. Ma verso cosa?
Verrebbe da dire “verso l’autodistruzione”. Perché gli effetti di tali giochi sono spesso drammatici e in alcuni casi mortali, come mostra la storia della bambina palermitana.
Non vorremmo mettere sul banco degli imputati solo la rete, perché il web amplifica ciò che è nella società (tranne i casi in cui le sfide tra giovanissimi siano pilotate da adulti che lucrano sulla connessione ad una determinata piattaforma).
Probabilmente dovremmo guardare a noi stessi con più attenzione: nelle nostre famiglie è ormai un’abitudine consolidata che bambini piccolissimi giochino con lo smartphone e navighino in rete. Spesso senza controlli. Non conosciamo le soste di tale “navigazione”, che può presentare allettamenti e insidie. Come le Sirene ammaliano con la loro voce suadente Ulisse, così sul web le malie sono davvero numerosissime ed è facile che i più inesperti si facciano prendere nella rete. Ulisse per evitare che ciò accadesse conficcò la cera nelle orecchie dei suoi uomini, mentre lui, saldamente legato all’albero della nave, ascoltava senza pericolo l’affascinante canto delle Sirene. I bambini però non hanno ancora gli strumenti per difendersi. Forse non li possiedono nemmeno i più maturi, anch’essi catturati dalle seduzioni del web.
Per questo dobbiamo proteggerli. La nostra indifferenza corrisponde alla loro solitudine e rischia di tramutarsi in incubo. Bisognerebbe allora parlare di più con i nostri figli, valorizzarli, facendo sì che si sentano apprezzati da noi, ma anche guidarli nelle insidie di questo mondo. Osserviamo infatti come molti adulti abbiano rinunciato al loro ruolo di educatori. Anzi essi stessi forniscono ai più piccoli spettacoli indecorosi. Quale credibilità dovrebbero riconoscerci le nuove generazioni, se anche noi adulti siamo incapaci di governare noi stessi? La questione è complessa e implica anche i mutamenti socioculturali determinati dall’avvento della società dei consumi, che ci ha relegati al ruolo di “clienti”, soli e spesso incapaci di relazionarci gli uni con gli altri.
Da ultima la pandemia in corso ha dilatato le solitudini, ha chiuso le scuole e assegnato al web il ruolo di agorà virtuale, non essendo praticabile quella reale. Né d’altronde possiamo incolpare i ragazzi di essere “nativi digitali”: sono nati in un mondo pervaso dalle tecnologie informatiche, senza che l’abbiano chiesto. Proprio per il fatto che non hanno coscienza dei pericoli cui si espongono, noi grandi abbiamo dei precisi doveri nei loro confronti, soprattutto quello di non lasciarli soli e di educarli alle cose belle della vita. Una società che non si preoccupa dei giovani non crede nel futuro. è come se fosse già morta. è come se avesse ceduto le redini alla propria parte dionisiaca, dopo aver messo a tacere la dimensione apollinea, quella che genera la conoscenza e l’armonia tra le persone.