La mia visita a Leonardo Sciascia

Alcuni tra i più diffusi quotidiani hanno ricordato con articoli e interventi di autorevoli firme il centenario della nascita di Leonardo Sciascia. Per me la spinta non tanto involontaria a riandare a un ricordo personale, a riafferrare con la memoria i dettagli di quella visita quando per conto della “Fiera Letteraria” andai a trovare Sciascia nella sua residenza palermitana in via Francesco Scaduto.
La soggezione, l’aura reverenziale attraverso cui guardavo il grande scrittore già vezzeggiato (ma anche infastidito) dal crescente clamore della stampa e sublimato dalla fama, lo allontanavano in una dimensione puramente letteraria e atemporale, in una età indefinita e indefinibile, dove non aveva corso l’incongruo conteggio degli anni anagrafici.
Sciascia mi accolse con domestica semplicità e la concreta e compassata cortesia dei suoi 53 anni. In quel suo studio-salottino che aveva alle pareti credenzine bene ordinate di libri, con la presenza ospitale della moglie Maria e della giovane figlia (anch’io mi ero presentato in compagnia di mia moglie) sembrava davvero di trovarsi in una riunione che si fosse data per una casualità familiare. Del tutto fortuita era anche la presenza propizia e vivacizzante di Natale Tedesco, illustre professore di Letteratura Italiana nell’università di Palermo, legato da antica amicizia e profonda affinità intellettuale allo scrittore di racalmuto.
Erano i primi anni settanta. Avevo letto tutti i libri di Leonardo Sciascia editi finallora da Einaudi e seguivo con grande entusiasmo gli sviluppi e il successo della sua autorità letteraria. Dalla folgorante lettura dell’impervio incunabolo “Le parrocchie di Regalpetra” alla pirandelliana saggistica indagatrice della “Corda Pazza”, dal “Consiglio d’Egitto” a “Il mare colore del vino” e “Gli zii di Sicilia”, e poi i celebri racconti dove anche i loici mafiosi disquisiscono fra altre cose sul significato del vocabolo mafia, e che, aleggianti ormai nell’immaginario collettivo per la parallela trasposizione cinematografica, non c’è bisogno di elencare con cattedratica scolasticità. Quelle letture erano per me la nuova miracolosa lente attraverso cui riscoprire e guardare con occhi diversi la gelosa complessità dell’anima siciliana, per molti versi oscura e misconosciuta anche a chi della
Sicilia porta in sé stigma e conoscenza genetica.
Allora forse non consideravo abbastanza di trovarmi di fronte allo scomodo e controverso letterato che come Pasolini rappresentava la voce critica più ascoltata (e osteggiata) di quegli anni, dello spigoloso e parmenideo maitre à penser che con l’esercizio affilato della sua particolare intelligenza storica sconvolgeva i luoghi comuni e le ambigue verità di cui era incrostata in ogni epoca la coscienza civile. rivedo ora più chiaramente come in certi ambienti e cerchie di benpensanti quello di Sciascia fosse considerato allora un mito e un successo artefatto, un successo gratuito, sproporzionato. Ho un ricordo preciso di quella battuta alla quale lì per lì non diedi molta importanza. Poiché in redazione mi ero dichiarato disponibile a condurre un’intervista con lo scrittore siciliano, quasi come contrappunto al mio personale e convinto entusiasmo, da qualche angolo sentii esclamare: “Sciascia show!” Era una frecciatina sprezzante, malevola, indispettita. Si criticava peraltro il fatto che lo scrittore si facesse desiderare, che fosse impossibile contattarlo o si negasse addirittura sentenziando poi dal suo remoto rifugio isolano. Si cercava sulla mappa del Touring regalbuto e si confondeva questo con racalmuto, la semireale e metaforica “regalpetra”.
Nel clima di quegli anni erano abbastanza vive ed evidenti allergie e idiosincrasie politiche. Leonardo Sciascia per ciò che distillava, per ciò che faceva affiorare e denunciava, passava per uomo di sinistra, comunista addirittura. Fui sorpreso quando sulla “Fiera Letteraria” la mia intervista apparve col titolo a grandi caratteri: “NON OBBEDISCO A NIENTE E A NESSUNO”. Allo scrittore io avevo chiesto, forse un po’ ingenuamente, se la sua denuncia sociale (il suo primo libro fu pubblicato nei gettoni einaudiani mentore Vittorini), a parte le prese di distanza da certi intellettuali di sinistra presupponesse una certa adesione o consonanza con l’ideologia marxista. In quegli anni o si era fascio o si era militanti del PCI e marxisti. Sciascia aveva semplicemente risposto che non aveva mai pensato di scrivere all’ombra della bandiera di un partito o di qualche ideologia. Non ci voleva molto, con quella roboante titolazione, a destare il sospetto di uno
Sciascia anarchico o pericolosamente sovversivo, come si immaginava di alcuni intellettuali allora.
Di quel titolo non ero affatto responsabile. La mia intervista era piuttosto giocata tutta sul campo critico-letterario, come se avessi dovuto fare l’esegesi dell’opera del grande scrittore già immortalato nella storia della letteratura italiana. Tra le mie domande c’era quella che sosteneva, piuttosto che sollecitare un reale chiarimento, come col suo racconto “Il Consiglio d’Egitto” Sciascia avesse scritto un “antigattopardo”, quasi una risposta polemica, un contraltare al qualunquismo storico e alla sublime indifferenza del Principe di Lampedusa.
Sciascia trovava un fondo di verità nella mia considerazione, ma non intesa scioccamente (come alcuni credevano) nel senso che egli si fosse messo appositamente a tavolino per un rovesciamento del fatalismo siciliano del Principe Salina, per contrastare l’inerzia e la rassegnazione atavica del Gattopardo. Mi fece notare che semmai una sorta di “antigattopardo” egli lo aveva già scritto con quel racconto lungo che era “Il quarantotto”. Questo racconto fu ristampato insieme agli altri che compongono “Gli zii di Sicilia” nel 1960 nei “Coralli” di Einaudi, ma era stato scritto tempo prima e già pubblicato nel 1958, cioè in anticipo di almeno due anni sull’uscita e sull’avventura letteraria del romanzo di Tomasi di Lampedusa.
Conservo il dattiloscritto delle risposte alla mia intervista che Sciascia mi consegnò l’indomani dopo averle battute con la sua Olivetti pigiando un tasto alla volta come faceva per scrivere i suoi racconti. Mi disse infatti che alle domande che avevo preparato non intendeva rispondere a braccio ma in modo più attento e ponderato. E ho tra i miei libri una sua rara operetta stampata a tiratura limitata “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel” (il donchisciottesco poeta francese venuto misteriosamente a morire in una camera dell’Hotel des Palmes di Palermo), di cui lo scrittore mi fece dono credo come segno di apprezzamento del mio fervore intellettuale.
Forse per un istintivo pudore alieno dalla vanità della corrente consuetudine, non mi premurai di farvi segnare la dedica di rito con il prezioso autografo del suo autore.
Era doveroso che anche il rinnovato “Immaginario” ricordasse il centenario della nascita del grande scrittore siciliano, che fra l’altro la nostra città, in tempi non sospettabili di conformismo plaudente e gregario, ha il merito di avere accolto e onorato (o piuttosto ricevendone lustro) col “Premio di Poesia e Cultura” degli inizi.
Esattamente quarant’anni fa, edizione 1981. resta un pizzico di rammarico.