L’Europa nelle mani dei giovani

Vivo a Bruxelles e ho già lavorato saltuariamente nella redazione dell’Immaginario. Ispica, l’ho visitata alcune volte; ci ho amici dal 1988, alla vigilia di sconvolgimenti che hanno cambiato profondamente l’Europa e il mondo. Abbiamo lavorato insieme, con altri amici francesi, tedeschi e greci, per favorire l’incontro e la collaborazione tra i giovani dei nostri vari paesi, con l’obiettivo di sviluppare un “immaginario europeo”, condizione necessaria ed essenziale a nostro avviso per andare oltre una unione economica e favorire l’emergere di una comune cultura e di un’identità condivisa – un “noi” europeo in un certo senso.
Era il nostro modo di contribuire al rafforzamento di un’ampia area di pace e di sviluppo perenni. Siamo stati supportati per questo dalle nostre istituzioni nazionali ed europee ma dopo pochi anni, sia a livello globale che locale, le condizioni sono cambiate e le nostre collaborazioni si sono fatte più rare e poi si sono estinte. Amicizie e bei ricordi rimangono nella memoria degli organizzatori e dei partecipanti, alcuni mi ricordano ogni tanto.
In un contesto segnato dal risorgere forte di nazionalismi e dalla crescente sfiducia nei confronti degli organismi europei e internazionali, tutto ciò appariva lontano e la speranza di una grande solidarietà transnazionale sembrava una chimera per alcuni sognatori utopici. E tuttavia, nel 2018-19, i giovani hanno di colpo risvegliato le nostre società rivendicando in tutta Europa e anche oltre una presa in carico responsabile del destino dell’umanità di fronte alla catastrofe annunciata del cambiamento climatico e al degrado del nostro ambiente se non adottiamo misure radicali e innovative nello sfruttamento delle risorse. Questo movimento ha spinto la nuova
Commissione europea a considerare la riduzione delle emissioni di carbonio una priorità assoluta per gli anni a venire.
Una vittoria apparente che però non soddisfaceva tutti: come aver fiducia in questi buoni propositi quando gli impegni precedenti non sono stati mai rispettati? Per il grande pubblico, gli unici provvedimenti fino ad allora prese si erano limitate all’aumento del prezzo dei combustibili domestici, mettendo in difficoltà soprattutto le famiglie che non avevano alternative all’automobile. ricordiamo i movimenti sociali innescati dai gilet gialli in Francia e la loro rapida diffusione in Europa.
Eravamo lì poco più di un anno fa, quando dalla Cina si stava diffondendo la notizia di una nuova epidemia. Ci sentivamo ancora abbastanza tranquilli, fiduciosi nei nostri sistemi sanitari avanzati. E mentre la comunità scientifica lanciava l’allarme, in una certa misura rilanciato da alcuni media, i nostri politici hanno minimizzato o hanno voluto rassicurare, convinti che le condizioni di trasmissione e di cura nei nostri paesi non avevano nulla in comune con l’Estremo Oriente.
Il seguito è noto. Tutte le nostre cosiddette linee di difesa si sono rivelate inefficaci; le conoscenze, il personale e le attrezzature erano ovunque insufficienti. In altre parole, in Europa, la ricerca, gli investimenti nelle politiche di sanità pubblica e nelle catene di produzione e fornitura di tutti i tipi di beni hanno mostrato la loro estrema fragilità. La dipendenza del nostro continente dalla Cina ci è apparsa in tutta la sua dimensione.
Le nostre stesse istituzioni democratiche sono apparse di fronte alla crisi meno adeguate del regime totalitario cinese, le cui misure radicali sono state in grado di contenere più efficacemente l’epidemia nel loro territorio; possiamo quindi davvero affrontare tali minacce senza disporre di un potere assoluto?
L’Unione europea e la solidarietà che avrebbe dovuto implicare si sono rivelate insufficienti di fronte a una tale crisi. Di conseguenza, l’esistenza stessa di questa istituzione è stata minacciata come non lo era mai stata prima: se non riesce ad essere un baluardo contro una piaga che ci colpisce tutti, a cosa serve veramente?
Il bene comune è forse soltanto la somma dei nostri interessi economici immediati o è una visione a lungo termine della nostra sopravvivenza in quanto specie? Il destino della nostra specie può essere considerato indipendente da tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta?
Queste domande, che vanno ben oltre i confinii del nostro continente, hanno fatto tremare l’Europa fin dalle fondamenta, ma uno sconvolgimento, inimmaginabile qualche anno fa, l’ha fatta uscire dalla sua solita inerzia e dai suoi compromessi minimalisti a breve termine. La ricca repubblica
Federale Tedesca comprese che doveva la sua prosperità soprattutto alla sua appartenenza all’Unione e che doveva dare prova di solidarietà. L’Europa è stata finalmente in grado di dare vita a piani ambiziosi e di impegnarsi in investimenti solidali su larga scala. Fortunatamente la volontà di gestire l’urgenza della crisi Covid e le sue conseguenze economiche non ha eclissato le ambizioni climatiche, passando in pochissimo tempo dal 40 al 55% di riduzione dei gas serra entro il 2030.
Me ne sono rallegrato sui social, ma sono stato subito chiamato ingenuo. è vero che tale piano manca di indicazioni sugli obiettivi annuali, che tali impegni coinvolgono solo chi ci crede, che questo non esclude contrattazioni nazionali e regionali con le loro conseguenze per la stabilità dei governi come stiamo assistendo in Italia e che questo non metterà a tacere i nazionalisti radicali, ma se non mostrerà le sue ambizioni ai massimi livelli e la sua aspirazione alla leadership mondiale sui temi dei diritti umani e sociali, dell’ambiente e della democrazia, L’Europa è finita.
Per fare questo, ha bisogno o di un forte potere, ma questo è contrario ai suoi principi, o di un ampio consenso basato su una sempre maggiore popolarità. Torniamo all ‘“immaginario europeo”, condizione essenziale per andare oltre l’unione economica e realizzare una cultura comune, un’identità condivisa, una possibile solidarietà voluta tanto dai più privilegiati quanto dai più bisognosi. Se nel suo desiderio di staccare il regno
Unito dall’Europa, Boris Johnson ha considerato attaccare l’Erasmus come una priorità, è perché sa che, per avere successo lì, deve attaccare questa cultura europea emergente, odiata da populisti.
La nostra idea non era quindi così obsoleta, speriamo che l’Europa la ricordi e sosterrà il suo approccio con adeguate politiche culturali.