Giro di Sicilia in bicicletta

3° giorno. Letojanni-Milazzo

5:30 del mattino, se non fosse per le onde infrangersi sulla battigia regnerebbe il silenzio su tutto il camping. Fuori dalla tenda è ancora buio, tento di dormire ancora un pò, ma inizia ad albeggiare e a questo punto mi vien voglia di vedere il sole salire sù dal mare, non manca molto.
Esaudito il desiderio, con calma inizio a preparare le mie cose, smonto la mia tenda e carico tutto sulla bici, ma credo che romero dorma ancora…. e temo che non partiremo alle 6:30 come programmato la sera precedente…. difatti inizieremo a pedalare per le otto (in ritardo sulla tabella di marcia!) Poco più tardi capirò che romero non ha riposato proprio bene.
Perdere sonno prezioso in queste situazioni potrebbe compromettere l’esito del viaggio… c’è da stare attenti.


Le buone salite del mattino
Lasciato Il camping che si trova a livello del mare, iniziano i saliscendi che ci porteranno verso Messina, nel frattempo il sole splende, acceca e brucia sempre più.
Sarebbe stato bello pedalare in prossimità delle lunghissime lingue di spiagge che si susseguono, ma due sono i problemi in questo tratto di costa jonica, il primo sono le continue foci che si riversano sul mare (numerosi torrenti e fiumi scendono dai versanti montani alla nostra sinistra) quindi diverse volte dobbiamo effettuare delle deviazioni lungo la costa, per attraversare i ponti. Il secondo motivo è il binario ferroviario che affianca le spiagge, sostituendo la strada che per noi sarebbe stata più utile. Cosi dobbiamo accontentarci di seguire i capricci orografici del territorio su e giù per tratti irregolari, insomma una mattinata sfiancante ma compensata dalla scoperta di tanti piccoli borghi marinari che quasi l’uno di seguito l’altro creano una lunga striscia antropica lungo la costa.


Messina
Verso le 11:30 siamo a Messina, e dopo un tratto percorso costeggiando il mare entriamo nella città vera e propria, una serie continua di semafori, di “stop and go” che sembravano non finire mai, fino a che non arriviamo ad un “rilassante” lungomare per una breve pausa. Ancora dopo ecco la strada che costeggia il lago
Ganzirri, uno specchio d’acqua che richiama alla mente città lagunari.


Capo Peloro,
Verso le 13,00 attraversando un quartiere di case basse di pescatori, raggiungiamo capo
Peloro, un luogo incredibile dove svetta la “torre faro” con i suoi 232 metri di altezza, dove il Tirreno incontra lo Jonio, dove le coste
Giro di Sicilia in bicicletta 3° giorno. Letojanni-Milazzo calabresi sembrano raggiungibili con poche bracciate a nuoto. E difatti abbiamo approfittato per una bella nuotata ma senza avvicinarci troppo a quei mulinelli d’acqua che ribollono, gorgogliano e sfumano il colore del mare dal turchese al blu petrolio.


Verso Milazzo
Dopo una pausa sotto un albero per ripararci dalla calura, verso le 15,30 ripartiamo in direzione Milazzo, percorriamo la statale 113, una strada inaspettatamente piacevole, non troppo trafficata, per lunghi tratti fiancheggiata da alberi che regalano ombra e bei colori.
A metà pomeriggio pedaliamo già per le vie di Milazzo costeggiando il lato est, ormai provati da una giornata ricca di chilometri, caldo e sudore, dopo un’ultima salita eccoci al camping, situato in un luogo tanto straordinario quanto infestato dalle zanzare. L’impresa è stata allestire le tende sopportando la sofferenza delle punture di questi odiosi insetti…
Un altro giorno si conclude e adesso, dentro la mia piccola tenda, ripercorro con la mente i luoghi attraversati e le esperienze oggi vissute.

Il rito del viaggio in Sicilia

Vivo a Bruxelles e ho già lavorato saltuariamente nella redazione dell’Immaginario. Ispica, l’ho visitata alcune volte; ci ho amici dal 1988, alla vigilia di sconvolgimenti che hanno cambiato profondamente l’Europa e il mondo. Abbiamo lavorato insieme, con altri amici francesi, tedeschi e greci, per favorire l’incontro e la collaborazione tra i giovani dei nostri vari paesi, con l’obiettivo di sviluppare un “immaginario europeo”, condizione necessaria ed essenziale a nostro avviso per andare oltre una unione economica e favorire l’emergere di una comune cultura e di un’identità condivisa – un “noi” europeo in un certo senso.
Era il nostro modo di contribuire al rafforzamento di un’ampia area di pace e di sviluppo perenni. Siamo stati supportati per questo dalle nostre istituzioni nazionali ed europee ma dopo pochi anni, sia a livello globale che locale, le condizioni sono cambiate e le nostre collaborazioni si sono fatte più rare e poi si sono estinte. Amicizie e bei ricordi rimangono nella memoria degli organizzatori e dei partecipanti, alcuni mi ricordano ogni tanto.
In un contesto segnato dal risorgere forte di nazionalismi e dalla crescente sfiducia nei confronti degli organismi europei e internazionali, tutto ciò appariva lontano e la speranza di una grande solidarietà transnazionale sembrava una chimera per alcuni sognatori utopici. E tuttavia, nel 2018-19, i giovani hanno di colpo risvegliato le nostre società rivendicando in tutta Europa e anche oltre una presa in carico responsabile del destino dell’umanità di fronte alla catastrofe annunciata del cambiamento climatico e al degrado del nostro ambiente se non adottiamo misure radicali e innovative nello sfruttamento delle risorse. Questo movimento ha spinto la nuova
Commissione europea a considerare la riduzione delle emissioni di carbonio una priorità assoluta per gli anni a venire.
Una vittoria apparente che però non soddisfaceva tutti: come aver fiducia in questi buoni propositi quando gli impegni precedenti non sono stati mai rispettati? Per il grande pubblico, gli unici provvedimenti fino ad allora prese si erano limitate all’aumento del prezzo dei combustibili domestici, mettendo in difficoltà soprattutto le famiglie che non avevano alternative all’automobile. ricordiamo i movimenti sociali innescati dai gilet gialli in Francia e la loro rapida diffusione in Europa.
Eravamo lì poco più di un anno fa, quando dalla Cina si stava diffondendo la notizia di una nuova epidemia. Ci sentivamo ancora abbastanza tranquilli, fiduciosi nei nostri sistemi sanitari avanzati. E mentre la comunità scientifica lanciava l’allarme, in una certa misura rilanciato da alcuni media, i nostri politici hanno minimizzato o hanno voluto rassicurare, convinti che le condizioni di trasmissione e di cura nei nostri paesi non avevano nulla in comune con l’Estremo Oriente.
Il seguito è noto. Tutte le nostre cosiddette linee di difesa si sono rivelate inefficaci; le conoscenze, il personale e le attrezzature erano ovunque insufficienti. In altre parole, in Europa, la ricerca, gli investimenti nelle politiche di sanità pubblica e nelle catene di produzione e fornitura di tutti i tipi di beni hanno mostrato la loro estrema fragilità. La dipendenza del nostro continente dalla Cina ci è apparsa in tutta la sua dimensione.
Le nostre stesse istituzioni democratiche sono apparse di fronte alla crisi meno adeguate del regime totalitario cinese, le cui misure radicali sono state in grado di contenere più efficacemente l’epidemia nel loro territorio; possiamo quindi davvero affrontare tali minacce senza disporre di un potere assoluto?
L’Unione eurIl viaggio dal nord Italia verso il sud più lontano nei primi anni ‘50 era quasi un’avventura; dalla grande alla piccola stazione, si cambiava a Milano, a roma, a Siracusa, perché non c’era un treno diretto.
In treno ricordo lo scompartimento con i sedili di legno; e poi i cuscini da viaggio. Li potevi noleggiare a Milano, a roma, oppure a Catania per il viaggio di ritorno al nord. Il prezzo del cuscino era di 20 o 30 lire,ma dovevi consegnarlo all’arrivo in una di queste grandi stazioni. ricordo il sussultare dei vagoni sulle rotaie, e dopo 24 ore finalmente lo stretto di Messina, il ferry-boat, il mare e il profumo, il colore di una Sicilia sognata.
E poi la stazione di Siracusa, dove il viaggio era quasi terminato. Mancava l’ultimo tratto: la locomotiva a vapore che, fermandosi nelle stazioncine, portava i migranti al loro paese.
E infine, nel mio ricordo personale, il tratto da rosolini ad Ispica era il più emozionante; osservavo i miei genitori, avevano gli occhi ardenti nel rivedere i luoghi natii. Noi bambini eravamo affascinati dal rumore della locomotiva che sbuffava sferragliando. Nell’ultimo tratto compariva il Carmine, la chiesa del Gesù ed eccoci ad Ispica, anzi a Spaccaforno, come la chiamavano ancora gli anziani.
L’arrivo, ed era sempre d’estate, era il momento in cui si assaporava la pienezza intensa del luogo: caldo assoluto, luce accecante, profumo di carrube.
La carrozza ci portava dalla stazione verso il paese, dai nonni, al Carmine, il luogo degli affetti e il quartiere dove, per noi piccoli, ci si poteva muovere in libertà. Ma non era ancora finito il momento dell’arrivo: ad aspettarci c’erano i parenti ma anche i vicini di casa, e quindi baci e abbracci e poi i doni, le focacce, i frutti di stagione, i biscotti di mandorle.
Era questa l’accoglienza, sentirsi come a casa. E lì, in quella piazza del Carmine, che in quel tempo non era ancora asfaltata e quindi non percorribile dalle automa solo dai carretti, sulla facciata dell’antica chiesa, oggi Santuario, c’è una lapide a ricordo dello scrittore Luigi Capuana che a Ispica ha ambientato il suo romanzo “Profumo”; titolo non casuale, poiché il profumo della vegetazione delCarmine, della “silvia”, il giardino dietro il convento, sembra fare da parallelo alla strana sindrome di cui soffre la protagonista del romanzo.
Oggi il viaggio, metafora di tante esperienze umane, si consuma velocemente; si arriva percorrendo l’autostrada fino a rosolini, si vola fino a Catania accolti dallo spettacolo dell’Etna, si raggiunge facilmente il paese, o come dicevano i nostri predecessori “u paisi”. Si osservano panorami e cose, strade nuove, moderni supermercati, belle case, ma tutto in fretta, tutto si consuma in fretta.
Ecco, per ritrovare il profumo e il fascino di un tempo penso si debba tornare verso i luoghi dell’infanzia, se non fisicamente almeno con la memoria; ripercorrere lentamente, assaporare e ricordare lapiccola storia di ciascuno dinoi, immersi nella storia di Spaccaforno.opea e la solidarietà che avrebbe dovuto implicare si sono rivelate insufficienti di fronte a una tale crisi. Di conseguenza, l’esistenza stessa di questa istituzione è stata minacciata come non lo era mai stata prima: se non riesce ad essere un baluardo contro una piaga che ci colpisce tutti, a cosa serve veramente?
Il bene comune è forse soltanto la somma dei nostri interessi economici immediati o è una visione a lungo termine della nostra sopravvivenza in quanto specie? Il destino della nostra specie può essere considerato indipendente da tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta?
Queste domande, che vanno ben oltre i confinii del nostro continente, hanno fatto tremare l’Europa fin dalle fondamenta, ma uno sconvolgimento, inimmaginabile qualche anno fa, l’ha fatta uscire dalla sua solita inerzia e dai suoi compromessi minimalisti a breve termine. La ricca repubblica
Federale Tedesca comprese che doveva la sua prosperità soprattutto alla sua appartenenza all’Unione e che doveva dare prova di solidarietà. L’Europa è stata finalmente in grado di dare vita a piani ambiziosi e di impegnarsi in investimenti solidali su larga scala. Fortunatamente la volontà di gestire l’urgenza della crisi Covid e le sue conseguenze economiche non ha eclissato le ambizioni climatiche, passando in pochissimo tempo dal 40 al 55% di riduzione dei gas serra entro il 2030.
Me ne sono rallegrato sui social, ma sono stato subito chiamato ingenuo. è vero che tale piano manca di indicazioni sugli obiettivi annuali, che tali impegni coinvolgono solo chi ci crede, che questo non esclude contrattazioni nazionali e regionali con le loro conseguenze per la stabilità dei governi come stiamo assistendo in Italia e che questo non metterà a tacere i nazionalisti radicali, ma se non mostrerà le sue ambizioni ai massimi livelli e la sua aspirazione alla leadership mondiale sui temi dei diritti umani e sociali, dell’ambiente e della democrazia, L’Europa è finita.
Per fare questo, ha bisogno o di un forte potere, ma questo è contrario ai suoi principi, o di un ampio consenso basato su una sempre maggiore popolarità. Torniamo all ‘“immaginario europeo”, condizione essenziale per andare oltre l’unione economica e realizzare una cultura comune, un’identità condivisa, una possibile solidarietà voluta tanto dai più privilegiati quanto dai più bisognosi. Se nel suo desiderio di staccare il regno
Unito dall’Europa, Boris Johnson ha considerato attaccare l’Erasmus come una priorità, è perché sa che, per avere successo lì, deve attaccare questa cultura europea emergente, odiata da populisti.
La nostra idea non era quindi così obsoleta, speriamo che l’Europa la ricordi e sosterrà il suo approccio con adeguate politiche culturali.

L’Immaginario di gennaio 2021

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